Numero 1 (2020) Supplemento 1

COVID-19 e gli anziani, un'esperienza per il futuro

Il neurologo (e malato) al tempo di COVID

Carlo Ferrarese

Monza

Ormai tutti, troppo tardi, ce ne siamo resi conto: questa tragedia ci ha cambiato la vita. Sembrava all’inizio una “malattia cinese”, che ci avrebbe coinvolto solo in parte, e che ad una eventuale diffusione in Italia, avremmo saputo reagire in maniera ottimale, grazie alla nostra scienza e alla nostra eccellente sanità pubblica, ma così non è stato. L’impatto della pandemia sull’Italia, in particolare in Lombardia e nelle regioni del nord, è stato devastante. Paragonato ad uno tsunami o alle peggiori esperienze del secolo scorso, guerre, dittature, altre pandemie come la spagnola.

Tanti sono i motivi di questa impreparazione, che col senno di poi è facile individuare. Appelli inascoltati da parte dei medici di medicina generale, che già a fine dicembre segnalavano polmoniti “anomale”. Intanto l’infezione si diffondeva in maniera occulta, spesso etichettata come influenza stagionale. Solo il caso di Codogno, evidenziato in maniera fortuita, ha fatto luce su una realtà fino ad allora misconosciuta, ma purtroppo già presente, almeno in Lombardia.

Non è questo il momento per analizzare gli errori e i ritardi delle risposte del sistema sanitario e politico, a livello locale, regionale, centrale, ritardi che però hanno messo in ginocchio la sanità, il paese e hanno facilitato un pesante costo di vite umane, compresi tanti operatori sanitari.

Piuttosto, cercherò di individuare i sentimenti e gli atteggiamenti di noi medici, operatori sanitari in prima linea, di fronte a questa catastrofe. Chiaramente è emerso un nuovo modo di affrontare la nostra realtà lavorativa, che potrà portare in futuro a nuove idee, nuove risorse e quindi ad un più adeguato modo di lavorare.

Il primo sentimento di fronte alla marea montante di malati che tra la fine di Febbraio ed i primi di Marzo si presentavano al nostro Pronto Soccorso e venivano ricoverati in varie divisioni dell’Ospedale, è ovviamente la paura di una realtà che ci stava sfuggendo di mano. Paura di non poter far fronte in maniera adeguata alle necessità, paura anche per la nostra incolumità personale e dei nostri familiari, date anche le scarse dotazioni, almeno iniziali, di dispositivi di protezione individuale e di adeguati percorsi e procedure assistenziali. Ma si è subito innescata, in maniera spontanea ed in tutti gli operatori, medici di varie specialità, specializzandi, infermieri, un desiderio di dare il proprio contributo in questa tragica emergenza. Come di fronte a gravi calamità naturali o a guerre, che per fortuna la nostra generazione non ha sperimentato, si è manifestato fin dall’inizio uno “spirito di squadra” che per certi versi ci ha ancor più appassionato al nostro lavoro. Ne sono prova anche i numerosi pensionati che si sono offerti di collaborare, mettendo a rischio la propria incolumità. Lo “spirito di squadra” è un sentimento spontaneo che ci unisce in una comunità di intenti e ci spinge a dare il massimo, ciascuno nel proprio ruolo e con le proprie competenze.

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