L’emergenza coronavirus e le RSA
Melania Cappuccio
Vertova
“La realtà delle strutture residenziali per anziani è il simbolo della nostra epoca di incertezze culturali e organizzative. Nelle aree di cerniera, dove sono impossibili risposte semplici e univoche, le nostre capacità di rispondere correttamente ai bisogni mostrano gravi limiti”.
Sono le prime righe di un volumetto di Rozzini, Carabellese e Trabucchi, scritto nel 1992, sull’assistenza nelle residenze per anziani. Dopo 28 anni potrebbero essere l’incipit, oggi, per riaffermare l’importanza di continuare un percorso difficile, ma doveroso, senza farsi dominare dai fallimenti, soprattutto dopo l’epidemia Covid.
“Le RSA figlie di un Dio Minore nella terra di mezzo”
Perché definire le RSA figlie di un Dio minore e nella terra di mezzo?
Perché le RSA con il tempo e parlo degli ultimi vent’anni, soprattutto in Lombardia, una Regione caratterizzata da grandi cambiamenti in ambito sanitario, hanno avuto una straordinaria capacità, non evidente ai più, di adattarsi al sistema e al contempo, di mantenere fede alla propria mission istituzionale, ricordo a tutti che erano IPAB – Istituiti Pubblici di Assistenza e Beneficienza, quindi di dare risposte concrete alle persone più fragili e “bisognose” della nostra società.
Con la continua enfasi data alle strutture ospedaliere di ridurre il numero dei ricoveri e soprattutto di ridurne la durata e, contemporaneamente con l’aumento dell’età media e della cronicità e quindi delle malattie, la componente più anziana, fragile e malata ha trovato nelle RSA una risposta pratica e tangibile ai suoi bisogni. Questo è stato possibile per l’impegno continuo di queste strutture, anche sollecitate e normate dalla Regione, ad accogliere le persone sempre più gravate da malattie e con un quadro complessivo di non autosufficienza che non permetteva di rimanere a domicilio. La popolazione residente quindi si è moltissimo modificata e per questo motivo le strutture hanno assunto un ruolo diverso. Non sono più gli “Ospizi”, ma residenze sempre più simili ad Ospedali per cronici, ovviamente con diversità ma anche con similitudini reciproche, con peculiarità specifiche e con diversità a seconda della Regione e/o del territorio.
Alla maggior parte della popolazione questo mutamento non è stato palese, è avvenuto in sordina, soprattutto perché le RSA hanno difeso strenuamente la loro identità (n particolare modo nelle provincie) caratterizzata da avere una fortissima valenza sociale e rappresentando spesso un punto di riferimento importante per il loro territorio.
Il dato significativo quindi è di avere assunto un ruolo più sanitario, ma di non essere considerate tali, né da se stesse né dal territorio.
Sono e rimangono una comunità nella comunità. Spesso dimenticate fino a quando danno una risposta ai bisogni man mano emergenti.
Purtroppo le Rsa sono giunte alla attenzione dell’opinione pubblica quando è scoppiata l’emergenza Corona virus, una epidemia che ha colpito soprattutto le persone anziane e con già delle patologie in atto, con un quadro patologico tanto più grave e una mortalità tanto maggiore a seconda del numero e della gravità delle malattie già presenti nelle persone.
Lo sapevano tutti che questo virus avrebbe colpito specificatamente questa popolazione.
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