Numero 1 (2020) Supplemento 1

COVID-19 e gli anziani, un'esperienza per il futuro

Nelle RSA lombarde la mortalità epidemica per il virus viene da lontano

Antonio Guaita

Abbiategrasso

L’assessore regionale lombardo alla sanità e welfare intervistato il 19 aprile durante la trasmissione TV da Fabio Fazio, ha spiegato che i malati anziani sono stati trasferiti dagli ospedali nelle RSA e nei reparti di “cure intermedie” (che lui ha indicato ancora “riabilitazioni”, come sarebbe giusto chiamarle anche in Lombardia) perché bisognava liberare posti e trovare dove “metterli”. Nessuno si è scandalizzato per questa espressione e lo stesso Fazio l’ha usata più volte. Questa dichiarazione è la sintesi di tutti i mali di cui hanno sofferto e continuano a soffrire le RSA:  essere considerate dei “contenitori” dove “mettere” gli anziani. Quindi considerare le RSA non come parte di una “rete di cura”, sia pure sul versante assistenziale, ma come parte di una rete “collocativa”: rispondono alla domanda “dove la/lo metto” non alla domanda “dove lo/la curo”.

Quello che è successo in tutte le RSA del mondo, ma in Lombardia in modo estremo, ha reso trasparente il primo dei molti peccati (originali, veniali e ahimè mortali) delle amministrazioni tecnico politiche che in questi anni hanno ignorato quasi ovunque la contraddizione che sempre più si creava fra la loro visione contenitivo-assistenziale e i bisogni sempre più complessi di chi accedeva alle RSA.

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