Diario di un medico di base a Cremona
Luisa Guglielmi
Cremona
Dopo più di vent’anni di lavoro in casa di riposo, da sei mesi lavoro a Cremona, in una medicina di gruppo con altri 6 colleghi.
A inizio anno si comincia a sentir parlare di un nuovo virus che ha causato diversi morti in Cina. Ascolto al telegiornale le notizie con interesse professionale, ma senza un reale coinvolgimento emotivo: in passato cii sono state altre di epidemie simili a questa, nessuna ci ha riguardato da vicino.
Ma le notizie sono sempre più allarmanti: si profila una vera e propria epidemia. La città di Wuhan, una metropoli, non un paesino sperduto nella campagna, viene messa in quarantena. Mi commuovono le immagini delle persone chiuse in casa che cantano alla finestra. Una sera guardo con stupore la costruzione in tempi record di un intero ospedale: questo fatto, più di ogni altro, mi fa comprendere la reale portata del problema. L’inquietudine comincia a farsi strada nei miei pensieri: sono un medico di base, se l’epidemia dovesse arrivare in Italia sarò in prima linea. Sembra ancora un’evenienza impossibile.
Iniziano ad arrivare alcuni comunicati dall’ATS: alcune stringate indicazioni, che raccomandano di tenere sotto controllo eventuali pazienti provenienti dalla Cina con sintomatologia simil-influenzale.
Ascolto un’intervista ad Angelo Pan, primario infettivologo a Cremona, che mostra i provvedimenti intrapresi dall’ospedale per far fronte ad un eventuale arrivo del virus: sostanzialmente l’aumento di alcuni posti letto nel suo reparto. Sembra tutto sotto controllo. Eppure…
Il 21 febbraio arriva la prima diagnosi: un paziente di Codogno, a pochi chilometri da Cremona, ha contratto il coronavirus.
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