Numero 1 (2020) Supplemento 1

COVID-19 e gli anziani, un'esperienza per il futuro

Specificità femminile: operatori e malati

Giovanna Ferrandes

“Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra”

 (A tutte le donne,  A. Merini, 1988)

 

Lo so. Non sono originale iniziando con Alda Merini per parlare di donne e non sarò originale neanche in seguito nell’esporre alcune riflessioni sul tema della specificità femminile, nella cornice della pandemia che stiamo così faticosamente vivendo. Ma ho anche la consapevolezza che oggi possa avere un senso il coraggio dell’ovvio, nel rialzare il volume di alcune voci, nel riaccendere alcune luci.

Il tema della specificità femminile è in generale “scottante” da sempre, è tema su cui tanto si è scritto, pensato, affermato e al tempo stesso negato. Ha appassionato e appassiona filosofi, psicologi, sociologi, antropologi, eticisti, biologi, medici, neuroscienziati e comunque l’intero mondo culturale. Soprattutto è un tema che spesso divide, perché provoca reazioni emotive e vissuti contradditori, sia per le donne che per gli uomini.  E allora mi avvicino alla riflessione sulla nostra attuale esperienza con una lente d’ingrandimento, che vorrei riuscire a maneggiare con cura, con umiltà, con rispetto.

Vorrei utilizzare le domande non con la presunzione di sapere dare risposte, bensì con il desiderio della esplorazione e la consapevolezza della bellezza (nonché turbamento) del farsi delle domande. Ed in questo momento è anche difficile interrogarsi e interrogare. Vorrei riuscire a farmi guidare da un pensiero di Marco Trabucchi, quando afferma, in un Editoriale su Psicogeriatria di qualche anno fa “…La cura deve anche essere inquieta, nella continua ricerca di definire l’obiettivo del lavoro e di identificare l’intervento migliore. L’inquietudine non è compagna del dubbio, perché intuisce che questo rallenta la possibilità di fare per il bene dell’altro. Vuole sempre andare avanti, alla ricerca del meglio.” La cura oggi ha bisogno di pensieri inquieti.

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