Dai pensieri e dalle identità ferite alla recovery ed alla ripresa
Luigi Ferrannini
Genova
“E la gente rimase a casa, e lesse libri, e ascoltò, e si riposò, e fece esercizi, e fece arte, e giocò, e imparò nuovi modi di essere, e si fermò, e ascoltò più in profondità, qualcuno meditava, qualcuno pregava, qualcuno ballava, qualcuno incontrò la propria ombra, e la gente cominciò a pensare in modo differente, e la gente guarì.
E nell’assenza di gente, che viveva in modi ignoranti pericolosi senza senso e senza cuore, anche la terra cominciò a guarire e quando il pericolo finì e la gente si ritrovò si addolorarono per i morti e fecero nuove scelte e sognarono nuove visioni e crearono nuovi modi di vivere e guarirono completamente la terra così come erano guariti loro.”
(K.O’Meara, dai versi di I.Vella)
In questo periodo – che non sappiamo quando potrà durare e chi/quanti potranno vederne la fine (speriamo tanti, ma sappiamo purtroppo che non saranno tutti, come già l’andamento dell’epidemia ci ha dimostrato nella cd “fase 1”) – non posso non fare i conti con la mia età (71 anni e qualche mese…), con il fatto che non sono né potevo essere in prima linea, come tanti amici e colleghi dell’AIP – d’altronde il ruolo dello psichiatra non è immediatamente in prima linea, prima bisogna occuparsi del corpo e poi della mente, se c’è ancora tempo, anche se non è sempre vero perché il dualismo cartesiano ci confonde ancora idee ed azioni, corpo e mente vanno affrontati, accolti e curati insieme -, ma cercare di mantenere il contatto con chi era/è sul fronte, attento a cogliere le difficoltà oggettive – che sono evidenti di fronte ad un nemico sconosciuto- e soggettive: ansie, eroismo/narcisismo, paure per il dopo e per le persone care, rabbia per la scarsità degli strumenti di cura e di protezione, responsabilità per la vita dei pazienti, ma anche per la propria vita e per quella della propria équipe di lavoro. Pensando a tutto quello che è successo contro i medici e gli operatori sanitari fino all’inizio dell’epidemia, temo che l’alternativa “prima demoni, ora angeli” potrebbe riproporsi nuovamente invertita alla fine dell’emergenza. Quindi anche questa fase pone una domanda/dubbio culturale e sociale che è emerso negli ultimi anni: gli operatori sanitari sono angeli o demoni? Mi pare che dobbiamo solo ricordare che siamo persone, con i nostri punti di forza, le nostre fragilità e le nostre storie personali e famigliari, che vanno accolti e gestiti nel modo migliore possibile.
Per la versione completa dell'articolo
Scarica versione PDF
