Diario Covid da un Covid Hospital qualsiasi…
Alberto Cester
Dolo
Questa che per molti è una pandemia, per noi è stata uno Tsunami. Io ho sempre fatto il Geriatra negli ultimi 30 anni di mia professione, nei primi 10 anni dopo la laurea, come tutti mi sono barcamenato, tra varie attività precarie, le frequenze e le specialità… Ma la mia vocazione era ed è quella di fare il Geriatra.
Negli ultimi due mesi mi sono trasformato dentro un Covid Hospital, chissà perché si continuano ad usare termini di derivazione anglosassone, come se fosse più brutto, o più invasivo chiamarlo Ospedale per pazienti Covid 19 positivi.
Dopo i primi giorni di esplosione della domanda, di caos organizzativo, di un clima difficile, che ha invaso e travolto appunto come un ciclone noi e gli altri reparti, saturandone i posti letto, anche noi abbiamo dovuto capitolare, ed abbiamo iniziato ad accogliere pazienti positivi al virus. È stata una esperienza difficile, formativa e crudele. Piena di nuove curiosità che non venivano sanate da un apprendimento a modello scientifico tradizionale: parlo con chi conosce…, leggo la letteratura sul tema, no… nemmeno le consolidate certezze di una letteratura robusta ed inconfutabile ci hanno sostenuto; abbiamo invece imparato come in un tempo antico, dalle nostre e dalle altre esperienze, dai nostri e dagli errori degli altri…
Svuotati delle nostre peculiarità, siamo tornati al ruolo ancestrale di cura, all’inizio anche con forzature nei confronti delle età dei pazienti ricoverati, financo giovanissimi, fenomeno poi ridimensionatosi dopo la prima ondata. Ora abbiamo solo pazienti vecchi, Covid +!
Voglio darvi tra le mille cose che vorrei riferirvi, e che si affollano nella mia mente, la più crudele: il rapporto con la morte di questi pazienti.
Veder morire le persone anziane senza nessuna vicinanza, soli, spesso disperati, più che nel conosciuto delirium…, non si addice alla morte da vecchi, e nemmeno ai miei sentimenti, anche se con la morte avevo/avevamo tutti a che fare molto spesso ed era ed è, un evento per il quale eravamo “preparati”.
Era ed è in genere un percorso doloroso, ma strutturato, fatto di vicinanze, silenzi, rispetto, coralità di interventi, terapie misurate ad hoc, comunque sempre condiviso dal team e dalla solidarietà e vicinanza dei nuclei familiari. Era fatto anche di accompagnamento, di terapie di supporto, di decisioni difficili e cordoglio; in realtà nessuno si abitua alla morte, nemmeno noi che ci stiamo così vicini… ora però tutto è cambiato. Questa riflessione mi è venuta una mattina quando nella riunione con gli altri Direttori di Unità Operative, abbiamo affrontato le normative sulla gestione delle salme.
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