La mia giornata non è facile, ma…
Rosa Liperoti
Roma
Scrivo queste mie riflessioni quando sono passati trenta giorni dal mio arrivo al Covid Hospital 2 di Roma presso il presidio Columbus del Policlinico Agostino Gemelli.
Sono un geriatra, ho sempre voluto esserlo. Da dopo la specializzazione mi sono occupata per lo più di demenza e di riabilitazione e su questi temi ho concentrato la mia attività assistenziale, di ricerca e di insegnamento. Come molti colleghi nel nostro Paese, un mese fa ho visto sconvolgere la mia vista professionale. Ho abbandonato tutte le mie attività per dedicarmi interamente all’assistenza dei pazienti con Covid 19.
All’inizio, non sapevo bene cosa mi attendesse, dentro di me senso del dovere per la mia professione e amore per la medicina, paura di farmi male e soprattutto di fare male, timore di inadeguatezza. I primi contatti con i pazienti aggravavano il senso di incertezza e di frustrazione per non essere in grado di dare aiuto. Quello che facevo era tutto ciò che un geriatra non dovrebbe fare. I geriatri ascoltano i pazienti, parlano con i pazienti, toccano i pazienti, ridono e a volte piangono con i pazienti. Non riuscivo a fare nulla di questo. Di fronte a me persone spaventate, corpi provati dalla sofferenza, anziani muti o deliranti. E io, e noi, personaggi anonimi, rinchiusi nelle nostre corazze, a prestare assistenza. Col passare dei giorni però ho cominciato a capire che tutto ciò che avevo davanti a me non era diverso da ciò a cui ero abituata. Potevo trovare in me e nella ricchezza professionale fin qui accumulata tutto ciò che mi serviva per affrontare la sfida.
Chi di noi ha il privilegio di curare i malati di demenza ha imparato ad ascoltare senza un suono e ad esprimersi senza parole. Ho capito che la strada da percorrere era la stessa. Ho imparato a sorridere con gli occhi, ho imparato a rassicurare con gli occhi, ho imparato a condividere con gli occhi.
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