La relazione e la comunicazione con le persone ricoverate in ospedale con disturbo neurocognitivo maggiore e con COVID-19
Orazio Zanetti¹ , Silvia Spanu², Paolo Bettini³, Davide V. Moretti¹, Marialuisa Sorlini¹, Cristina Geroldi¹ , Stefania Orini¹
1. U.O. Alzheimer-Centro per la Memoria e Servizio Clinical Trials. IRCCS Istituto Centro S. Giovanni di Dio-Fatebenefratelli, Brescia, Italy
2. Scuola di Specializzazione in Geriatria dell’Università degli Studi di Sassari
3. Scuola di Specializzazione in Geriatria dell’Università degli Studi di Udine
Viviamo un inedito che nessuno avrebbe mai voluto scrivere, che non avrei mai pensato di scrivere, che non avrei mai voluto scrivere.
Se solo per un attimo – sospeso ai fili della fantasia, sforzandoci di uscire dall’ atrabile circostanza, non pensassimo alle famiglie (e ne chiediamo loro profondissime scuse), ai loro lutti, alle loro solitudini, alle distanze dai propri cari, alla sofferenza per non poter comunicare, anche solo con un sorriso, con una carezza sul viso, con uno sguardo, per riconoscerlo – guardassimo solamente alle persone con demenza che ospitiamo nei nostri ospedali, ci piace pensare che vivano come in una favola.
Li vediamo attorniati da personaggi apparentemente strampalati nel loro abbigliamento inconsueto, ma amorevoli e professionalmente preparati, dalle bardature che li fanno sembrare venuti dalla luna o da profondità sottomarine, ma profondamente vicini, un po’ marziani, forse anche un po’ burattini, ma sensibili professionisti, con quelle mascherine che evocano becchi d’anatra o di altri animali terrestri, o uccelli fantastici, occhiali da palombaro, visiere da tornitore-saldatore (quante memorie!), copri calzari color carta da zucchero che fanno pensare a chi scrive alle dolci prelibatezze del marzapane, bianche tute che ci ricordano l’atterraggio sulla luna. Potrebbero essere verosimilmente anche personaggi usciti da un film di Walt Disney o da mille altre favole.
Ebbene, ci piace pensare che questa nuova realtà di relazioni non consuete, strampalate appunto, rievochi in loro tempi passati e soprattutto le favole, raccontate o lette attorno ad un ampio, accogliente e caldo camino della loro infanzia. E che li possa riscaldare anche ora.
Ciascuno di noi è stato letteralmente travolto da uno tsunami fino a ieri sconosciuto, che ci ha costretto a ridisegnare, giorno per giorno, le nostre vite professionali di medici geriatri, di professionisti della salute, secondo ordini non prestabiliti dalla consuetudine e dall’esperienza, dalle linee guida, dall’EBM, bensì sull’onda è proprio il caso di dirlo dei dati che quotidianamente si affastellano di fronte ai nostri occhi increduli ma sempre più preoccupati per un futuro incerto. Preoccupati per i malati, per gli ospedali allo stremo, per gli operatori che come “eroi” affrontano la propria quotidianità, per le famiglie isolate, per i malati nella loro solitudine… addolorati per i lutti attorniati ed avvolti non da affetti o da lacrime di addio, non da ricordi che fanno rivivere i nostri cari (ma questi, per fortuna, rimarranno nei più), non da riti secolari che ci accompagnano, per chi crede, verso vite migliori – con il calore di chi ci ha è stato amico, ci ha voluto bene, e la testimonianza della comunità che ci ha conosciuti da vicino – ma da un roboante silenzio, da un anonimo sacco nero, da file di camion militari, che indelebili solcheranno le nostre memorie.
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