Lettera da un distretto dell’appennino parmense
Giovanni Gelmini
Parma
L’apparente “quiete dopo la tempesta”: credo che questo possa essere il miglior inizio di questo breve excursus che vuole raccontare, in maniera sintetica, l’esperienza di un Distretto di Montagna ai tempi del coronavirus, attraverso le parole di chi in questo momento ha il compito di dirigerlo (sommando tale attività a quelle della direzione delle Cure Primarie). Si tratta del Distretto Valli Taro e Ceno, dal nome dei due fiumi che nascono nell’alto appennino e che caratterizzano altrettante vallate, sito in provincia di Parma, formato da un territorio orograficamente piuttosto disagiato, che comprende tra i sedici comuni che lo caratterizzano ben due di essi, Bedonia e Bardi, forse tra i più vasti del panorama nazionale con i loro rispettivi 170 e 190 Km2. Nel distretto vivono circa 44.500 persone, la maggior parte in bassa valle (Medesano è il comune più popolato con i suoi circa 11.000 abitanti); la popolazione più anziana è in alta valle, dove gli ultrasettantacinquenni rappresentano circa il 20%, dove l’indice di vecchiaia medio si attesta intorno a 400 e dove gli anziani ultrasettantacinquenni soli sono circa il 30% (e se si aggiungono le coppie di anziani si arriva ad una percentuale di circa il 60%), da come sembra emergere dai dati che stiamo elaborando in merito ad una ricerca sulla fragilità che si è sviluppata da tempo nel nostro Distretto e che sta procedendo in questo momento proprio in alta valle.
All’inizio ci siamo trovati di fronte ad una tempesta, inaspettata nei termini di come si è presentata, forse sottovalutata nella sua dimensione morbosa, che ha imposto un correre ai ripari progressivo, sempre più urgente, che ha coinvolto tutta la componente sanitaria e non del territorio, a partire dal nostro ospedale di zona, l’Ospedale Santa Maria di Borgotaro, che ha dato le prime risposte alla patologia infettiva in maniera tradizionale, coinvolgendo quindi nel percorso morboso diversi operatori sanitari e non, compreso il sottoscritto, che fortunatamente ha risolto il problema in maniera brevemente sintomatica e per lo più paucisintomatica e che ora viaggia con suo bagaglio di IgG piuttosto consistente (con IgM negative e ovviamente tamponi orofaringei negativi da quasi un mese).
La quarantena, effettuata nel periodo di massima espressione della malattia, è stata caratterizzata da un’ansia operativa ed organizzativa continua, dove dalla mia stanzetta di “eremita gestionale”, sono riuscito, stante la paucisintomaticità, a produrre, proporre e applicare procedure organizzative, spesso da interpretare e adattare al modello distrettuale, sulla base delle direttive che provenivano dall’Azienda e ancor prima dalla Regione.
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