Il futuro dei servizi del territorio: dai CDCD ai Centri Diurni, ai Caffè Alzheimer
Stefano Boffelli
Brescia
Introduzione
I primi di marzo 2020, in ambulatorio CDCD, stavamo sperimentando le prime misure restrittive con l’uso dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuali) per le visite. Era in corso la ricerca sugli MCI, il nuovo programma delle attività dei Caffè Alzheimer, la preparazione al Convegno AIP di aprile, il mese dell’Alzheimer a settembre, dopo l’Alzheimer Fest. Ma nessuno osava pensare che dopo una settimana avremmo chiuso. Tutto. E abbandonato ogni processo organizzativo a favore dei malati e dei loro familiari, costruito con fatica e costanza nel corso degli ultimi venti anni (Rourke E.J., 2020). Per noi operatori, un cambio di identità e di marcia: una sola patologia, urgente e grave, da curare con il massimo delle energie fisiche e psicologiche, fino a quando ce ne avevi. Nessuna distrazione. Nessun altro pensiero (Castelletti S., 2020). Ma anche per i malati a casa, ed i loro familiari, il passaggio al medioevo: dall’attività piena ed aperta, extra domiciliare, alla chiusura in casa. Dal contatto umano, per noi tutti parte importante della cura, alla quarantena. Dal counseling e le attività cognitive, al monitor della televisione. Non è stato facile, per nessuna dalle due parti, non lo è ora, che l’apertura programmata induce pensieri di preoccupazione per tutti, soprattutto per le persone più fragili (Wang H., 2020).
La risposta all’emergenza
Nonostante gli avanzamenti della medicina moderna (terapia intensiva, ventilatori, extracorporeal membrane oxygenation – ECMO, etc.), è triste pensare che coloro che hanno affrontato l’ultima pandemia da giovani nell’influenza del 1968, siano ancora le principali vittime, dirette o indirette, di quella odierna. Anche perché l’unica modalità di sopravvivenza fisica, oggi come allora, restano l’isolamento ed il distanziamento sociale. Con le conseguenze che vediamo, sulle persone affette da demenza ed i loro familiari (Christian M.D., 2014; Hick J.L., 2020).
Infatti, dai primi di marzo tutti a casa. E in casa. E dei malati chi ha potuto, è rimasto in casa con un parente o l’assistente privata. Altrimenti, trasferimento forzato da un figlio o figlia. Cambiamenti importanti di vita, e di routine. Per noi, operatori ma anche familiari, un cambiamenti di modi, non facile ma adattabile. Per i malati di demenza, un cambiamento epocale. “Perché non si può uscire? Perché non vi vedo più? Dove sono i miei (operatori ed amici) del Centro Diurno?” Sono queste le domande che spesso hanno fatto i malati, che hanno dovuto riadattarsi ad una vita diversa (contro quella che noi predicavamo: mantenente una routine, la vita all’aperto, le passeggiate…).
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