La cura dei malati a casa: luci e ombre. La prospettiva di un medico di famiglia
Mentre in Lombardia le cure primarie erano concentrate nella complessa attuazione della legge 23 di riforma della sanità regionale, volta a definire un nuovo modello di presa in carico dei pazienti cronici, improvvisamente un’acuzie di straordinaria e tragica violenza, la pandemia da COVID-19, ha resettato le priorità di tutto il sistema sociosanitario.
Quanto é accaduto e ancora sta accadendo, può essere oggi descritto solo in forma quasi esclusivamente narrativa, stante la perdurante estrema difficoltà di comprendere gli aspetti biologici e clinici della malattia, insieme all’incertezza delle istituzioni responsabili nel delineare una chiara e razionale strategia di intervento.
Il primo tremendo impatto si é abbattuto sugli ospedali, facendone emergere di colpo straordinari limiti di recettività a fronte di numerosissimi pazienti gravissimi, acuiti improvvisamente, bisognosi di un’assistenza intensiva e tempestiva. Il tutto in assenza di specifiche terapie efficaci, ad esclusione delle cure di sostegno al respiro ed al circolo.
Sul territorio, nel mentre, i medici di famiglia incontravano, soggetti senza sintomi ma con paura di ammalare, pazienti con sintomi lievi ma di incerta interpretazione, altri con sintomi COVID-19 compatibili e tra questi taluni in evoluzione rapida e gravissima.
Il tutto sotto l’incombente minaccia del rischio personale per il medico stesso, con la necessità di disporre di adeguati presidi protettivi e la drammatica constatazione della loro indisponibilità. Una prima distribuzione di dispositivi, consistente in 3 mascherine FP2, una scatola di guanti e 2 tute, é avvenuta quando già i casi noti o sospetti sul territorio erano molto numerosi. Il numero di medici morti per COVID-19 testimonia quanto le conseguenze di questa ingiustificabile carenza siano state tragiche.
La gestione a domicilio di questi pazienti, come del resto raccomandato dalle disposizioni delle agenzie sanitarie, é avvenuta prevalentemente per via indiretta, tramite contatti telefonici o per e-mail e con la tenuta di una scheda riportante i dati clinici più rilevanti, trasmessa giornalmente al medico dal paziente e dal medico restituita con commenti e consigli. Contemporaneamente venivano attivati finalmente quei sistemi di ricettazione elettronica, da anni promessi e finora mai realizzati.
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