Numero 1 (2020) Supplemento 1

COVID-19 e gli anziani, un'esperienza per il futuro

Appunti di psichiatria del pandemonio

Leo Nahon

Milano

Il “ritorno alla normalità” assume  a volte tinte surreali. Il giorno 24 aprile 2020 la psichiatra di guardia dell’Ospedale Niguarda a Milano viene chiamata in Pronto Soccorso alle 7,30 del mattino per vedere un giovane paziente che , per mezzo di un’ambulanza fino a pochi giorni prima appartenente a un mondo imprenotabile, viene trasportato a Niguarda perché angosciato dal fatto che dopo aver preso tre (diconsi tre) compresse di sertralina , nei tre giorni precedenti, è angosciato per aver verificato la propria… impotenza (“Non riesco più ad avere erezione, sono state quelle pastiglie…” ). La psichiatra vorrebbe intervistare gli ambulanzieri, per chieder loro se aveva senso trasportare d’urgenza in ospedale una situazione come questa, ma questi se ne sono andati.

Il desiderio di “fase 2” gioca a volte brutti scherzi.

Nelle visite a domicilio, l’universo delle monodiagnosi di Covid 19 rischia di dare qualche abbaglio ai colleghi. Esasperati dal dover diagnosticare (o differenziare) ogni giorno quasi solo questa malattia, un collega di Medicina Generale, mi confida di essersi sbilanciato in qualche diagnosi “rassicurante” di troppo: “Ma no, probabilmente è solo un raffreddore, stia in casa riguardato..” – Ma ho la febbre…!” – “Si ma è ancora febbricola…”. Il paziente verrà ricoverato una settimana dopo con una brutta polmonite da Covid 19. L’insopportabilità della monodiagnosi pandemica, porta a volte a un paradossale underdiagnosing. La rassicurazione del paziente, che è radicata negli abituali riflessi condizionati del medico, diventa autorassicurazione, con una specie di miraggio cognitivo alla rovescia di origine emotiva: “Eh  no  eh..!, non ancora un altro, sarà pur finita…”.

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